sabato 15 dicembre 2012

Zucchero, sale e ritardi

Stanotte torno qui con animo un po' frastornato. Bella serata fuori, guidato davvero tanto (sono uscito di casa alle 17 e sono tornato davvero due minuti fa) e sbagliato strada un paio di volte, facendo qualche ritardo. E al ritorno, bruttissimo incidente con coinvolte almeno sei-sette macchine all'inizio della nuova tangenziale. Ti viene facile pensare che se non facevi quei piccoli ritardi, come niente in quell'incidente ci capitavi tu. Credo che da quello che ho visto qualcuno ci abbia perso la vita.
Mi fa anche stranissimo che queste cose si chiamino "incidenti".
È un "incidente" quando metti nel tè il sale al posto dello zucchero.
(Giuro, mi è successo! E non importa quanto zucchero ci mettiate per cercare di rimediare!)
Ma quando succede questo...?

giovedì 13 dicembre 2012

People

"Philosophy has always been part of my life. Life is too beautiful to be negative. I have a very acute understanding of what it is to be alive because I’ve experienced so much death. And been through things that have reminded me constantly of how important it is that I am still breathing. I can’t get away from that and it pisses me off sometimes. But it makes me realize how much I respect life and people. It’s ultimately all just people. That’s all I have."

(Vincent Cavanagh)

martedì 11 dicembre 2012

Com'eri ieri?


Io mi chiedo come si fa a rivedere la gente dopo tanto tempo e pensare che "non è cambiata per niente".
Io cambio ogni giorno e neanche mi ricordo come ero ieri.

sabato 8 dicembre 2012

Carburante


Quanto mi dispiace per quelli che non capiscono. Davvero.
Lo spunto stavolta viene da una simpatica tipetta a cui l'altro giorno ho sentito di dover prestare un cd. Si trattava di "You Go Bird", di Petter Carlsen, un cantautore norvegese molto delicato che mi piace molto. Ho avuto anche la fortuna di incontrarlo e di farci due chiacchiere, ed è stato in quell'occasione che mi ha anche autografato il libretto del cd.
Per questo motivo non le posso lasciare il CD per sempre. Cioè. È più di un bel ricordo. Però ero anche convinto che quella musica le potesse proprio fare bene.
Insomma, in soldoni, le ho dato il cd ma le ho detto pure che doveva ridarmelo.
Lei però ha capito tutto subito, senza bisogno che le spiegassi niente.
"Ho capito: è un regalo emozionale, più che fisico".
Esatto, esatto. È sempre così, è davvero quello il punto, quando consiglio musica.
"Ti passo questa musica perché credo davvero che tu adesso dovresti poter provare queste sensazioni, perché adesso da qui potresti trovare tanti spunti..." e via così. Mica perché "Oh senti quant'è forte 'sta robba!!! Non vedo l'ora di impazzzzzire ballandola sui tettttttti in disco!!!"

Vivere e fidarsi delle proprie sensazioni è una cosa che ho imparato ascoltando musica, e non è affatto qualcosa che ho assimilato da molto.
Da un po' di tempo sto leggendo molto meno di prima. Non ricordo se l'ho già scritto qui: venivano sempre più spesso a galla situazioni in cui leggevo delle frasi e pensavo: "Ecco!!! Sì!!! Cacchio, è proprio così che la penso, tutta una vita a girare intorno a una sensazione ed ecco che me la ritrovo scritta in poche parole in maniera perfetta e concisa! Fantastico!!!", solo che poi rosicavo, perché ero arrivato alla "soluzione" tramite una scorciatoia e non da solo.

Un po' come quando prendi la tangenziale invece della panoramica.
Un po' come quando ci metti un'ora per escludere tutte le alternative all'indovinello per arrivare alla domanda che di solito fanno tutti subito: "Ma è stata assassinata da qualcuno?"

Invece, ho cominciato a guardare molti più film e telefilm.
Quelle sono belle storie, hanno espressioni, hanno musica, e non trovi scritte le frasi così nero su bianco: hai lo spunto che mischiato con te provoca una reazione... e poi la conclusione la trai tu.

Questo, e uscire molto di più con tante persone diverse. Mischiare gruppi di amici diversi - cosa che non avevo mai voluto fare prima.
Sono cose per me un po' strane, ma scopro che mi piacciono.

C'è una piccola cosa che in tutto questo non mi convince: sento di stare diventando molto più uguale agli altri di quanto non sia mai stato.
Ho sempre puntato tutto sulla mia unicità, e adesso anch'io guardo i telefilm che guardano gli altri, anch'io esco tutte le sere.
Credo di dovermi un po' ricollocare.

Non so se ci sto perdendo o guadagnando, in questo cambio.
Però sembra che mi piaccia, quindi siamo cautamente ottimisti.

È anche un periodo in cui sto capendo molte più cose su me stesso.

Credo di aver per esempio interpretato quel binomio imprescindibile che gira e rigira finivo sempre per ritrovare dentro di me.
Alterno momenti in cui sono una locomotiva, pigliopartoechimifermapiù, machihabisognodidormiretre-quattrooredisonnobastanoeavanzano, a momenti in cui sono riflessivo quasi fino alla passività.

Il punto è che io mi annoio presto. Qualsiasi cosa faccia, la lascio - cazzo - in sospeso così, quando mi pare. Non che poi non mi vergogni e non capisca che sto sbagliando, che le cose quando le cominci devi anche finirle, però oh, che ci devo fare, basta, non mi va più. Non parte più la scintilla. Non riesco a finire tutto in maniera meccanica, devo essere convinto.

In un altro post poco più giù ricordo di aver scritto di come a lungo mi sia sentito - e a tratti ancora mi senta - vulnerabile e autocritico.
Quest'altro binomio - sentirmi una merda in qualsiasi cosa mi cimenti / il bisogno di migliorare facendo sempre quanto più possa tirare fuori dalle mie capacità - mi consente spesso di finire col fare bei lavoretti, siano cose importanti o semplici regali di Natale, mi piace pensare che spesso ci prendo e che riesca addirittura a sfuggire alla banalità.
Però sì, ci sono quelle volte che mi rompo a metà e lascio perdere tutto.
Qual è la soluzione?
Ho capito di essere come un vampiro: mi cibo di emozioni, di spunti, di sensazioni, di parole, di occhi, di capelli, di idee, persino di versacci che uno fa quando si stiracchia.
Sono il mio carburante. Finché ne ho di fresche, vado avanti a palla di cannone.
Quando esaurisco il carburante, mi fermo.
E parto alla ricerca di nuovo carburante. Lasciando quindi in sospeso le cose che nel mentre stavo facendo.
Parto alla ricerca di altri spunti per ricaricarmi.

Per questo ho capito che, qualsiasi cosa vorrò fare nella vita, deve essere in grado di mettermi alla prova in maniera diversa, con dinamicità. Altrimenti sarò il primo a soffrirne.

E poi quanto mi dispiace per quelli che non capiscono.

Sindrome estiva?



Della serie: "ma quand'è che le cose sono cambiate?"
Prima, da solo stai benissimo, e una serata a casa a leggere o a guardare un film è pari (se non meglio) ad una serata fuori.
Poi, ti ritrovi a uscire tutti i giorni della settimana, e quando ti capita di rimanere a casa, ci stai proprio male.
Ragazze, sbrigatevi... tra un po' di tempo potrei ritrovarmi omosessuale senza manco accorgermene e voi avrete perso per sempre la vostra chance!

venerdì 7 dicembre 2012

Si va sempre avanti

Stamattina è capitato che tornassi a leggere quello che avevo scritto un po' di tempo fa, quando ho saputo quello che avevi fatto. Mi sono sembrate sempre cose scritte da qualcun altro, come se quelle cose fossero uscite da un estraneo e non da me. Credo significhi che quei pensieri li rifiuto, ancora non li ho accettati. Forse c'entra un po' il senso di colpa per non esserci stato.

Forse, se ci fossi stato, sarei riuscito a dirti anche soltanto quella parolina che ti avrebbe fatto vedere le cose sotto un'altra luce, e avresti cambiato idea.

O forse no. Quando prendi queste scelte, sei più come il vecchio pavimento di legno tarlato in una soffitta dove vengono spostati tutti i mobili vecchi. Non cambia tanto se ci aggiungi o ci togli una sedia, il legno è tarlato e prima o poi, sotto tutto quel peso, crollerà.

Però è dura. È dura pensarci adesso, mesi dopo, e vedere che, ovviamente, il mondo è andato avanti.
Perché il mondo va sempre avanti. Con te, o senza di te.
Ed è questo che mi fa male.
Vedere che è andato avanti senza di te e pensare: ma sarebbe stato così diverso, il mondo, se tu ci fossi stato ancora?
Apro il sito di Repubblica.
Credo proprio di no.
È andato avanti così, indifferente.
L'unica cosa che hai cambiato nel mondo è la sofferenza che hai portato in chi ti conosceva.
Potevi anche scegliere di restare.

venerdì 2 novembre 2012

Libero, se vuoi...

È da diverso tempo che in relazione a come alcuni amici si comportino finisco a pensare a quanto siamo tutti diversi. Non nel senso Disney, bensì nel senso di quanti diversi bisogni abbiamo, punti deboli, ferite da curare.

Mai come in questi giorni penso a quanto è strano che quello che per alcuni è scontato, per altri non solo non lo è affatto, ma è pure difficile. Vista in quest'ottica, l'idea di "costruirci" giorno per giorno mi sembra ogni momento più complessa.

E come spesso succede quando hai queste riflessioni un po' vaghe, ad un certo punto cogli che non si trattava solo di una "riflessione vaga", ma di un qualcosa di preciso, un cerchio che ad un certo punto... zak, si è chiuso.

Ho capito all'improvviso un'impostazione mentale che ho sempre avuto. Ho sempre pensato - sempre - che gli altri sapessero qualcosa più di me. E non mi riferisco alle cose importanti, ma più alle cose stupide. Cose come un modo più veloce per rifare il lettocome fare pipì nel water senza fare rumore, come apparecchiare e sparecchiare più efficientemente, tagliarsi meglio e con più praticità le unghie della mano destra, e via dicendo.

Non so da dove possa essermi venuta fuori quest'idea. Ogni volta che penso alla mia famiglia e a come sono stato tirato su, credo che in mezzo a tantissime cose belle, fortunate e giuste ci sia stato anche qualcosa di "sbagliato" da qualche parte nella mia formazione umana, ma si tratta di un terreno un po' nebuloso, per ora.
Eppure quest'idea me la sono portata dentro per davvero tanto tempo.
Gli altri erano sempre un passo avanti a me, indipendentemente da chi fossero, che scuola facessero, quali cose preferissero fare nel finesettimana.

Ad un certo punto, è successo che nel mio percorso abbia voluto comunque cominciare a lavorare per migliorarmi. Eppure ero sempre, ancora, inevitabilmente dietro a tutti.

Credo che tutto questo abbia cominciato a finire ad Arbatax, nella mia prima stagione nell'animazione, estate 2010. In uno Staff di più di 50 persone, ero fermamente convinto che avrei dato il meglio di me, ma che sarei (ovviamente) stato una nullità in confronto agli altri, che erano sicuramente meglio disposti, più bravi, con più esperienza, e via dicendo.

Lì è cambiato tutto. Dopo una settimana, ricordo ancora la sensazione di: "Ehi... però non sto andando così male."

E al contrario tanti altri intorno a me non ce la facevano, si dovevano fermare, mollavano addirittura.
Non è un post su come è poi andata l'estate 2010, ma penso di poter dire che quella è stata probabilmente la parentesi in cui sono andato più forte, nella mia vita. Il motto del nostro capovillaggio era: "Siete tutti delle merde". E ci pigliava, io in effetti mi sentivo una merda ogni volta che dovessi rivolgere la parola a qualcuno.

Eravamo tutti delle merde, ma il risultato si doveva portare a casa, e dovevamo dare il meglio di noi. Ogni errore veniva cancellato di settimana in settimana, perché con gli ospiti nuovi nessuno sapeva quello che avevi sbagliato la volta prima. Valeva anche l'opposto: ogni settimana perdevi le tue certezze, misurarti costantemente col nuovo e venirne sempre a capo. Ed era davvero un continuo migliorarsi.

Vedere che, in fondo, non me la cavavo così male, è stato semplicemente fondamentale.
E sto capendo in questi giorni - in effetti, l'ho capito ora, con questa "chiusura del cerchio" - che abbiamo diverse necessità che neppure comprendiamo davvero. E queste necessità ci portano a fare cose anche piuttosto strane.
Ho capito quest'imposizione mentale, ma non credo proprio di averla completamente superata.

Non so da dove mi sia venuta, ma io ho vissuto con una paura che potenzialmente mi bloccava in ogni azione. A oggi, se provo a ripensarci, ho ancora tantissimi strascichi di questa cosa.
Ho paura di parlare al telefono, per esempio.
Sono assolutamente incapace di chiedere aiuto, anche quando c'è bisogno.

Più che "imparare a cavarsela da soli", la vita è capire la guerra che hai dentro.
Quelle fuori, sono solo piccole battaglie che ti aiuteranno a vincerla.

martedì 2 ottobre 2012

Incidenti (Solitudine Pt. 2)

Qualche tempo fa, il Policlinico di Roma è stato un po' la mia seconda casa. Per diverse ragioni, ci sono finito un giorno sì e l'altro pure, a ogni orario possibile.
La cosa che mi ha più colpito è stato vedere nella stessa sala d'attesa tante persone differenti: uomini e donne di diverso ceto sociale, bianchi, neri, da soli, accompagnati, vestiti con stracci e vestiti eleganti.
Mi piace molto osservare le persone e come esse reagiscano in diverse situazioni, e non ho potuto fare a meno di farlo anche ora. E mi sono sorpreso nel vedere tipologie di persone che in altri contesti si sarebbero probabilmente schifate a vicenda, qui invece farsi forza, aiutarsi, addirittura confortarsi, scherzare insieme, sdrammatizzare.
C'era chi era sdraiato sul lettino con una gamba insanguinata, chi si teneva una mano evidentemente rotta, chi semplicemente si era sdraiato per terra e dormiva e chi, ancora nel suo vestito più scollato, tornava da quella che doveva essere una festa indimenticabile e che invece ricorderà per altri motivi.

Come sempre, la cosa che più ti scava dentro delle persone, sono gli occhi.
Spesso le persone non si accorgono di quanto grave sia qualcosa, prima che succeda proprio a loro. E in realtà, nessuno comprende davvero subito la gravità di un qualcosa, anche quando gli succede.

Succede solo che capisci che ti è successo qualcosa. Qualcosa di brutto, qualcosa di storto, qualcosa che non dovrebbe essere così, e adesso le cose sono cambiate rispetto a prima. È una sensazione molto profonda che sicuramente tutti abbiamo provato, ma è strano come, andando avanti con le esperienze, ti accorgi che questa stessa sensazione di straniamento sia sempre la stessa, anche nelle situazioni più disparate.


Hello, Darkness, my old friend... cantavano Simon e Garfunkel.

È una sensazione densa, oscura, cupa, e ti si piazza per prima cosa lì, sulla cassa toracica, tanto per farti ricordare che anche respirare non è una cosa così facile e scontata. Poi, alternativamente, può passare allo stomaco o alla testa; generalmente dipende da che tipo di persona sei e dal tipo di cosa che ti è appena capitata. A me, prende molto anche le gambe. Le sento flaccide. Non molli, chiaro. Mi sento come se tutta la pelle che c'è intorno sia inutile, solo un contorno. Poi passa alla faccia. Vorrei non avere guance, naso, bocca, vorrei non dover essere costretto ad assumere espressioni, vorrei essere un sasso, grigio e inespressivo.

E per quanto possa variare l'intensità di questa sensazione, lo capisci che è sempre lei.


La senti quando all'esame il professore ti chiede qualcosa che non sai, la senti quando ti si blocca il ginocchio, la senti quando tua nonna comincia a darti dei lei, e la senti quando ti ritrovi in una sala d'attesa d'ospedale, in compagnia di una persona che conosci e tanti sconosciuti.

Ogni volta che la senti è più o meno forte, ma la riconosci perché ha un suo marchio inconfondibile, e poi ogni volta ti sembra di ritrovare un vecchio amico, di cui non sentivi la mancanza, ma che in fondo è stato abbastanza dentro di te da farti ammettere che ti conosce bene.

Succede di solito in quei momenti che tu ti senta estremamente più vicino agli sconosciuti, però, piuttosto che a quell'unica persona che all'ospedale ti ci ha accompagnato. La persona che ti è vicino è lì per aiutarti, per non farti sentire solo, certo, ma non ha quel qualcosa negli occhi. È troppo distante da quello che stai provando per starti realmente vicino.
Non le si legge, negli occhi, quella sensazione che tu sai di avere ben dipinta sul volto, e che leggi chiarissima anche negli occhi degli altri.

Quella sensazione che, puf, un attimo prima andava tutto bene, e adesso invece, come un semplice clic di un pulsante, on-off, qualcosa è cambiato. In maniera netta.

Tu la senti. Sai che gli altri la sentono. Sai che siete inevitabilmente tutti legati da quella sensazione, e i vostri accompagnatori ne sono invece inesorabilmente chiusi fuori.

E in quel momento, con quegli altri sconosciuti, ci parli. Non con le onde sonore di una voce, ma con un altro tipo di onda comunicativa, che ti fa capire che tutti quanti avete in qualche modo dato il vostro commiato a qualcosa. Chi in maniera più o meno grave. Avete capito, e state piano piano accettando, che le cose sono cambiate. Questo percorso di accettazione è qualcosa di davvero unico di volta in volta e in ogni momento, e penso che ci sia qualcosa di poetico addirittura, in esso.

C'è stato un momento, anni fa, in cui ho avuto un brutto incidente. Ancora mi domando come sia stato possibile che nessuno si sia fatto male, quando potevamo tranquillamente lasciarci tutti le penne.

Di solito, quando mi capitava di raccontarne, dicevo sempre di ricordarmi nitidamente il "prima" e il "dopo", ma mai l'impatto del "durante".

In realtà, quel momento di quest'incidente mi è rimasto sempre in mente in maniera gelida e nitida, ma l'avevo sempre considerato come "fuori" dalla realtà dei fatti.

Ci si riferisce spesso a momenti e situazioni profonde come a un qualcosa che ti segna, che ti marchia: io in questo caso direi che ne sono stato ferito, tagliato, lacerato.

Sì, era sempre quella sensazione di prima: e credo di averla vista davvero in faccia per quella prima e, per ora, unica volta. Dicevo che esistono diversi gradi in cui la avverti, ma che capisci che è sempre lei. Ecco, quella volta, sono convinto, ho raggiunto quasi il fondo del pozzo, e l'ho vista. Ho visto lei, non una sua sfumatura.

Mi piace pensare, e credo effettivamente, di non aver visto davvero "lei", con i suoi reali contorni. Perché sono stato fortunato e sono ancora qui. Sono altri i momenti in cui, forse, puoi avere un contatto ancora più ravvicinato con questa sensazione.

Dicevo di questo... momento.
C'è stato questo momento in cui sono stato disconnesso dal tempo e dalla realtà.
E ho anche provato a chiedermi... ma come si fa a "ricordarsi"... una cosa che non c'è?
È stato un attimo. Un attimo brevissimo. Lo immagino come con la lucentezza dell'argento, ma al suo opposto, la sua antitesi.
È stato il momento dell'impatto. Giusto un battito di cuore. Credo di aver perso la mia individualità, per quel momento, e sentirmi a contatto dell'indefinito.
Non ho visto una luce, non ho visto un tunnel, non ho sentito della musica, non mi sono "visto" da fuori, né ho avuto un "best-of" della mia vita che mi scorreva davanti.

Questo, ho sentito. Il ritrovarmi ancora con quella sensazione, ora più forte che mai: e mi sono scoperto non spaventato. Mi sono accorto che era sempre lei, e mi sono accorto di averla in realtà già accettata altre volte, a piccole dosi, per cose meno importanti, come un esame andato male.
Mi sono ritrovato a guardare un freddo specchio che non rifletteva nulla. Era la buia, silenziosa, spassionata logica della fine.
La vita può davvero essere semplice come un pulsante: "On-off".
Ricordo che quando quel momento è passato, quando ho ricominciato a sentire cose dalle mie orecchie, quando ho cominciato a sentire la paura, le grida degli altri, e un po' di dolore, quando ho ricominciato a vedere cose intorno a me, ricordo una sensazione assurda e quasi inebriante di gioia.
Ero stato travolto dalla felicità di essere tornato da quel buco, e di essermi lasciato alle spalle quella sensazione di nulla, perché ero vivo, io ero reale, ero di nuovo reale dopo quell'attimo di zero assoluto.
Forse mi sono per un attimo affacciato sulla vera importanza delle cose.

Come anche un semplice sguardo possa essere significativo. Come un semplice "Sai, con te è le cose sono più divertenti" possa essere la cosa più bella del mondo.

Non so, francamente, perché tutte queste sensazioni mi siano tornate addosso ora.

So che l'ascoltare storie può avere un potere immenso, perché c'è un'immensa verità nelle storie che ti vengono raccontate, anche se si tratta di filmacci di paura o di horror di serie b. So che tutto questo viene detto solo "incidente", eppure guarda quanto c'è dietro.
Ma questa è un'altra storia, per un altro post che sto rimandando da diversi mesi, ormai.

Esiste una sensazione opposta a quella che, per un attimo, ho visto la sera di quell'incidente: la consapevolezza che, in realtà, noi tutti non siamo così diversi, anche se facciamo di tutto per frapporre distanze tra noi e gli altri.

E lo capisci quando, in ospedale, vedi gli sconosciuti farsi forza: sono solo quelli, gli attimi in cui capisci che le cose davvero importanti sono altre, come il contatto umano, la vicinanza con qualcuno che ti comprenda e che ti capisca...
... il bisogno di non sentirsi soli.

Forse mi è tornato tutto in mente ora perché sono giunto a questa conclusione.
Quella sensazione buia e fredda, quel sentirsi distaccati, è sempre la solitudine.
Una sensazione che è sempre in noi, perché siamo sempre soli, dal momento in cui veniamo al mondo fino a che ce ne andiamo. È la nostra scelta, quella di accompagnarci con qualcuno, di scegliere compagni di viaggio simili a noi, che ci capiscano, che ci confermino continuamente che no, che in realtà possiamo non essere soli, possiamo andare avanti, perché vale la pena farlo, anche solo per quell'attimo, quel sorriso, quello sguardo quando capisci che anche quello sconosciuto prova le stesse cose che provi tu.

E allora cazzo. Se prova le stesse cose che provi tu, non sei davvero solo.
Ed ecco che la paura più grande è sconfitta.

Non possiamo scappare dalla solitudine, non possiamo staccarla da noi e non possiamo annientarla, perché la solitudine è sempre con noi ed è in noi. Ma proprio perché è sempre con noi, altrettanto sempre possiamo affrontarla, fronteggiarla, contrapporle qualcosa, qualsiasi cosa. E sono davvero tante, le cose più belle di quella sensazione.
Anche questo è un qualcosa che trovo confortante. In qualunque momento si può fare qualcosa, con la solitudine, e non è mica qualcosa che puoi dire per molte altre cose.

Per questo non bisogna mollare mai mai mai.
Perché ci si sente soli, è vero: ma se ti senti solo è perché c'è una compagnia che ti manca.
Di solito, i buchi dei puzzle si riempiono.

Io, per esempio, sento che avrei ancora un paio di cose da scrivere, ma ho appena letto che su Rai 5 danno la replica di una bella intervista a Gigi Proietti.
Credo proprio che andrò a vedermela. E sono sicuro che quando avrò finito, non avrò più addosso la più che normale sensazione che ho addosso ora, che in effetti è tornata a farmi visita ancora. :-)

Grazie a tutti, per esserci.

sabato 22 settembre 2012

John Lennon aveva ragione

Stavo pensando che John Lennon aveva ragione, quando ha detto quella frase tipo "La vita è ciò che accade mentre sei intento a fare altri piani", o come cazzo era.

Perché i momenti in cui sto facendo altro, quelli in cui dovrei studiare per gli esami ad esempio, sono proprio quelli in cui sento ancora più voglia di essere riempito di umanità, di leggere, di guardare film, di stare in compagnia della gente. Non potendo farlo (non so che facoltà facciate voi, ma se fate Lettere, leggere durante la sessione d'esami è quanto di più sovversivo possiate raggiungere), mi limito ad acchiappare quello che viene.
Che, insomma, merita.

giovedì 6 settembre 2012

Proverbi

Da quando sei piccolo ti capita di sentire a ruota dei proverbi, che ormai non ci fai neanche più caso.
Più che rimandi a esperienze maggiori, sono gusci, frasi che usi lì quando semplicemente non sai cosa dire (o non hai voglia di dire nulla) e hai però bisogno di dire qualcosa.

"L'importante non è vincere, è partecipare".
"L'erba del vicino è sempre più verde".
"Chi trova un amico trova un tesoro".
"Non è tanto il freddo, è l'umidità".

Il bello diventa allora riscoprire i proverbi... al contrario. Quando ne hai sempre sentito uno senza mai davvero capirlo, e all'improvviso capisci che vuol dire una cosa piena, profonda.

"Partire è un po' morire".

Sì, ok, perché parti e ti dispiace, facile.

Avete presente quando muore qualcuno? Non so se è così per tutti, ma una delle primissime sensazioni che ricordo di aver provato relativamente al lutto è la sensazione che quella persona sia partita.
Sia andata lontano.
Non è qui, ma sicuramente da qualche parte sarà.
Il mondo è tanto grande.
Si sarà cacciata in un qualche angolo.
Magari una volta piglio l'aereo e la vado a trovare.

Solo che quella persona non c'è. Da nessuna parte.
Eh, bum. Lo dici giusto perché non posso controllare da tutte le parti.
Aspetta che mi scarico quell'app, e vedi che te la trovo.

Ecco perché "Partire è un po' morire"...

Ti trovi a vivere un ecosistema di rapporti, amicizie, impegni, piaceri, difficoltà, e ad un certo punto, puff, pigli l'aereo e tutto finisce. Cambi radicalmente. Da un giorno all'altro, quelle persone non ci sono più. Non passano più a trovarti mentre studi, non puoi più andarle a trovare, e tutte le cose che facevate insieme spariscono con loro.

E ti rimane una sensazione di vuoto che non è poi molto diversa da quella che scrivevo sopra...

Per fortuna, però, loro ci sono ancora, da qualche parte.
E, sempre per fortuna, basta davvero prendere un aereo.

(Tante parole per la testa. E ancora non vogliono uscire.)

domenica 2 settembre 2012

Prisma



Mi piacerebbe che ci fossero più persone in grado di vedere la densità delle emozioni.
Sono quelle che vorrei avere accanto più di ogni altre.
Quelle che come un prisma prendono ciò che altri tentano di far passare per grigiore intorno a noi e sanno vederne i colori.

Non mollate mai mai mai.

martedì 31 luglio 2012

Complicaticità...

Da un po' di tempo vado scrivendo qua e là che mi piacciono le cose semplici.
Mh.
Mi sa che mi stanno ricominciando a piacere di più le cose complicate, invece.

domenica 17 giugno 2012

Aforismi, in generale

Stavo continuando a pensare, alla luce di riflessioni venute a galla dopo il post di prima, che in teoria a leggere frasi e aforismi non c'è niente di male, e spesso leggere la parola giusta al momento giusto può essere importante, addirittura illuminante.

Però, boh.

Perché, se uno dice qualcosa di bello, allora la gente ci fa una bella frasetta ricamata da appiccicare su un'immagine colorata?

Non ti può bastare, leggere una frasetta, per farti sentire soddisfatto.

Io credo che tutto dipenda dal taglio che dai tu alle cose che fai.
Credo che le scorciatoie non siano la strada giusta. Credo che il percorso vada compiuto dall'inizio alla fine, per capire bene.
Per un certo periodo di tempo, io ho addirittura smesso di leggere, perché in un paio di libri letti uno dopo l'altro avevo trovato "situazioni" che calzavano alla perfezione quello di cui avevo bisogno, e ho rosicato perché non ci ero arrivato da solo, anche se mi mancava un piccolo tassello...

(Ecco, QUESTO è un tantino esagerato!!! Mi sa che era solo un po' di rosicazione dovuta al momento!)

Le esperienze vanno vissute e capite sulla propria pelle, frasi così magari ti fanno credere di aver capito, e invece sono vuote, perché ti manca completamente il background, la storia dell'individuo che l'ha detta, le sue esperienze passate, le sensazioni e gli stati d'animo che lo hanno spinto a dirla: e finisci col capire male. Non solo fai la figura dello scemo, ma fai anche un torto a quel poveretto che non voleva fare altro che condividere una sua scoperta...

Il punto è che forse tendiamo a dimenticarci che le cose sono un po' più complicate di quanto sembrino.
Mi hanno sempre fatto morire dal ridere, per dirne una, gli slogan politici.
Soprattutto quelli più "agguerriti" e "provocatori"... per esempio quelli che ogni tanto compaiono in facoltà come "Ore 12 Pranzo Sociale"...
Che cazzo vuol dire "pranzo sociale"? Se magni, magni, mica un pranzo è diverso da un altro.

Oppure "l'Italia agli Italiani"... io non riuscirei neanche a dire "il Mondo agli Umani"... non ci sono solo umani su questo mondo... e poi francamente non tutti gli umani mi entusiasmano così tanto!

O ancora, "Morte ai Padroni"... e poi quando l'hai ucciso, il padrone diventi tu!

Gli slogan vanno bene per persone con cervelli molto semplici. Non ricordo dove, ho letto da qualche parte che gli analfabeti del ventunesimo secolo sono quelli incapaci di "leggere" le situazioni, quello che viene loro posto e presentato davanti agli occhi.
Le cose sono sempre almeno un gradino più complicate di quello che appaiono. Sempre.
Meglio pensarci due volte, piuttosto che una sola.

A conclusione del post: se trovate una frase che vi piace, andatevi a vedere chi l'ha detta, chi era, come la pensava e, se la frase è un estrapolato, andatevi a vedere da dove è presa!

Alcune differenze

"When you call yourself an Indian, or a Muslim, or a Christian or a European, or anything else, you are being violent. Do you see why it is violent? Because you are separating yourself from the rest of mankind. When you separate yourself by belief, by nationality, by tradition, it breeds violence. So a man who is seeking to understand violence does not belong to any country, to any religion, to any political party or partial system; he is concerned with the total understanding of mankind."

- Jiddu Krishnamurti


---

Oggi mi sono imbattuto in questa frase di Krishnamurti, e mi ha colpito abbastanza. Non succedeva da un po' di tempo, che capitassi per caso a leggere sue frasi. Qualche anno fa, avevo anche postato qualcosa di suo, sul blog. E anche oggi sono venuto qui con l'intento di scrivere questa frase.
Eppure, non sono convinto.
Sono d'accordo, tante diversità servono solo a separare le persone le une dalle altre, a mettere paletti tante volte invalicabili, e a creare incomprensioni e da lì violenza.

Però... il bello è anche questo

Le diversità sono anche belle. Fare finta che non esistano è dannoso.
Affrontare la vita così, è dannoso. Perché arrivi alla conclusione che il metodo per affrontare le cose è che non è necessario alcun metodo.
Riflettiamo, e impariamo la nostra lezione un passo alla volta...

sabato 16 giugno 2012

10 Piccole Cose


Ecco i tuoi compiti...

1. Riceverai un corpo.
Potrà piacerti o forse no, ma sarà comunque tuo per il resto di tempo che ti rimane da spendere da queste parti.

2. Avrai lezioni da imparare.
Sei stato immatricolato in una scuola a tempo pieno chiamata vita. In questa scuola avrai ogni giorno la possibilità di imparare alcune lezioni. Alcune di queste lezioni ti piaceranno, altre potresti ritenerle poco rilevanti o stupide.

3. Non ci sono sbagli, solo lezioni.
La crescita è un processo di prove ed errori, una continua sperimentazione. Gli esperimenti "falliti" fanno parte del processo allo stesso livello e modo di quelli "riusciti".

4. Una lezione si ripete finché non l'hai assimilata.
Una lezione ti verrà presentata in diverse forme finché non l'avrai compresa. A quel punto, potrai passare alla lezione successiva.

5. I corsi non hanno una data conclusiva.
Non esiste una parte della vita esente da lezioni. Finché sei in vita, esistono lezioni da imparare.

6. "Lì" non è meglio di "Qui".
Quando il tuo "lì" è diventato "qui", comincerai semplicemente ad avere un altro "lì" che ti apparirà subito meglio del tuo nuovo "qui".

7. Gli altri sono specchi di te stesso.
Non è possibile amare oppure odiare qualcosa di un'altra persona a meno che non sia riflesso di qualcosa che tu stesso ami od odi di te stesso.

8. Cosa fare della tua vita sta solo a te.
Hai tutti gli strumenti e le risorse di cui hai bisogno, cosa decidi di farci sta soltanto a te. La scelta è soltanto tua.

9. La risposta che cerchi è dentro di te.
Le risposte alle domande che ti porrai sulla vita sono già dentro di te. Tutto ciò che devi fare è guardare, ascoltare, e avere fiducia.

10. Che tu pensi di potercela fare o di non potercela fare, in entrambi i casi avrai ragione.

Pensaci.

- Anonimo

venerdì 8 giugno 2012

Elastic Rock


Il punto è che bisogna essere elastici! 
Dentro, ma anche fuori!
Con la mente, ma anche col corpo!
Chi è elastico vince!
È risaputo!
Non ci credete? Guardate le rocce!
Pensate che le rocce siano qualcosa di statico, tosto, potente, piazzato, inamovibile?
Non è vero: una roccia non è mai uguale a sé stessa, ogni secondo che passa è costretta a subìre le intemperie del tempo, l'erosione, qualche scheggiatura, e poi quel bambino che la fa rotolare... (Speriamo non voglia tirarla da un cavalcavia!)
Secondo me, ogni tanto la roccia si annoia un po', ma intanto, zitta zitta, dopo tanto tempo, sta ancora lì, e non sembra se la passi male.
Guarda te come ascoltando una canzone vai a scoprire che anche le rocce sono elastiche! 
Ti rendi conto?
Una roccia è più elastica di te!
E tu, cosa aspetti a diventarlo?
Niente, pensieri post-calcetto!

martedì 29 maggio 2012

It will be sunny one day

April 10, 2006

Dear Crystal,

I'm so sorry to hear that life is getting you down at the moment. Goodness knows, it can be so tough when nothing seems to fit and little seems to be fulfilling. I'm not sure there's any specific advice I can give that will help bring life back its savor. Although they mean well, it's sometimes quite galling to be reminded how much people love you when you don't love yourself that much.

I've found that it's of some help to think of one's moods and feelings about the world as being similar to the weather:

Here are some obvious things about the weather:

It's real.
You can't change it by wishing it away.
If it's dark and rainy it really is dark and rainy and you can't alter it.
It might be dark and rainy for two weeks in a row.

BUT

It will be sunny one day.
It isn't under one's control as to when the sun comes out, but come out it will.
One day.

It really is the same with one's moods, I think. The wrong approach is to believe that they are illusions. They are real. Depression, anxiety, listlessness - these are as real as the weather - AND EQUALLY NOT UNDER ONE'S CONTROL. Not one's fault.

BUT

They will pass: they really will.

In the same way that one has to accept the weather, so one has to accept how one feels about life sometimes. "Today's a crap day," is a perfectly realistic approach. It's all about finding a kind of mental umbrella. "Hey-ho, it's raining inside: it isn't my fault and there's nothing I can to about it, but sit it out. But the sun may well come out tomorrow and when it does, I shall take full advantage."

I don't know if any of that is of any use: it may not seem it, and if so, I'm sorry. I just thought I'd drop you a line to wish you well in your search to find a little more pleasure and purpose in life.

Very best wishes,
Stephen Fry.
---
Mi sembra succeda che la gente pensi che io sia sempre felice.
Non è così.
Ho anzi imparato che spesso le persone più sorridenti, più buffe, più divertenti, sono proprio quelle che si sentono, ogni tanto, davvero tristi.
La lettera qui sopra è stata scritta da un comico.
Un po' di tempo fa, mi atteggiavo da cinico, disilluso, ero distruttivo verso qualsiasi cosa, e ammetto che era divertente. Forse con le ragazze faceva pure più scena.
Ma non è poi così entusiasmante. Alla lunga, succede che prima diventi strano, poi diventi triste, e alla fine ti ritrovi vecchio dentro.
Si tratta di scegliere. Scegliere tra l'amore e i suoi opposti, odio o indifferenza.
Non intendo "amore" solo in senso carnale, neanche solo in senso platonico... mi riferisco alla passione, la passione che si ha per la vita, nel fare le cose, nel veder nascere e crescere qualcosa di creato con le proprie forze.
A volte basta davvero solo scegliere di comportarsi in un certo modo, con passione.
Io, per esempio, quando sono triste, o depresso - e appunto... capita! - penso semplicemente questo: a loro, non gliela darò mai vinta.
Ne vale la pena.
E qualche volta, è sufficiente. :-)

The Rains of Castamere



And who are you, the proud lord said,
That I must bow so low?
Only a cat of a different coat, 
That's all the truth I know.
In a coat of gold, or a coat of red,
A lion still has claws.
And mine are long and sharp, my lord,
As long and sharp as yours.
And so he spoke, and so he spoke, 
That lord of Castamere.
But now the rains weep o'er his hall,
With no one there to hear.
Yes, now the rains weep o'er his hall,
And not a soul to hear.

martedì 15 maggio 2012

Il Grande Monologo

Ha cominciato col cinema muto, e finisce col fare il più grande monologo della storia del cinema.
Curiosamente, ho trovato questo video in cui è montato con Time, il pezzo più intenso della colonna sonora di Inception. Coincidono perfettamente, sia come durata, che come intensità e climax
Se non l'avete mai visto, prendetevi il vostro tempo.
Fa un certo effetto.
Se non masticate l'inglese - certo che in lingua originale è tutto un altro impatto - sotto mi sono preso il tempo e la libertà di provare una traduzione.
A me sta dando i brividi tutte le volte che l'ascolto.



"I'm sorry, but I don't want to be an emperor. That's not my business. I don't want to rule or conquer anyone. I should like to help everyone, if possible, Jew, gentile, black man, white. We all want to help one another. Human beings are like that. We want to live by each other's happiness - not by each other's misery. We don't want to hate and despise one another.

In this world there is room for everyone. And the good earth is rich and can provide for everyone. The way of life can be free and beautiful, but we have lost the way. Greed has poisoned men's souls, has barricaded the world with hate, has goose-stepped us into misery and bloodshed. We have developed speed, but we have shut ourselves in. Machinery that gives abundance has left us in want. Our knowledge has made us cynical. Our cleverness, hard and unkind. We think too much and feel too little. More than machinery we need humanity. More than cleverness we need kindness and gentleness. Without these qualities, life will be violent and all will be lost.

The airplane and the radio have brought us close together. The very nature of these inventions cries out of the goodness in men, cries out for universal brotherhood, for the unity of us all. Even now my voice is reaching millions throughout the world - millions of despairing men, women and little children - victims of a system that makes men torture and imprison innocent people. To those who can hear me, I say - do not despair. The misery that is now upon us is but the passing of greed - the bitterness of men who fear the way of human progress. The hate of men will pass, and dictators die, and the power they took from the people will return to the people, and so long as men die, liberty will never perish.

Soldiers! Don't give yourselves to the brutes - men who despise you - enslave you - who regiment your lives - tell you what to do - what to think and what to feel! Who drill you, diet you, treat you like cattle, use you as a cannon fodder. Don't give yourselves to these unnatural men - machine men with machine minds and machine hearts! You are not machines! You are not cattle! You are men! You have the love of humanity in your hearts. You don't hate! Only the unloved hate - the unloved and the unnatural!


Soldiers! Don't fight for slavery! Fight for liberty! In the 17th Chapter of St. Luke it is written: "the Kingdom of God is within man" - not one man nor a group of men, but in all men! In you! You, the people have the power - the power to create machines. The power the create happiness! You, the people, have the power to make this life free and beautiful, to make this life a wonderful adventure.


Then, in the name of democracy, let us use that power! Let us all unite! Let us fight for a new world, a decent world that will give men a chance to work, that will give youth the future and old age a security. By the promise of these things, brutes have risen to power, but they lie! They do not fullfil their promise; they never will. Dictators free themselves, but they enslave the people! Now, let us fight to fulfill that promise! Let us fight to free the world, to do away with national barriers, to do away with greed, with hate and intolerance. Let us fight for a world of reason, a world where science and progress will lead to all men's happiness. 


Soldiers! In the name of democracy, let us all unite!"

---

"Mi dispiace, ma non voglio essere imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio comandare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile, ebrei, ariani, bianchi, neri. Tutti noi vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere nella reciproca felicità - non sulle sfortune altrui. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l'un l'altro.


Al mondo c'è posto per tutti. E la buona Terra è ricca e in grado di provvedere a tutti. La nostra vita può essere felice e meravigliosa, ma l'abbiamo dimenticato, abbiamo smarrito la retta via. L'avidità ha avvelenato le nostre anime, ha sigillato il mondo dietro una barricata d'odio, ci ha fatto marciare, a passo d'oca, verso infelicità e spargimenti di sangue. Abbiamo aumentato le velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine create per darci l'abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici. La nostra intelligenza, duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità. Più che di intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e buon cuore. Senza queste doti, la vita sarà solo violenza e tutto andrà perduto.


Gli aerei e la radio ci hanno avvicinati quando eravamo lontani. La natura stessa di queste invenzioni è la riprova della bontà dell'uomo, è un grido alla fratellanza universale, all'unione dei popoli. Persino in questo momento la mia voce raggiunge milioni di persone in tutto il mondo - milioni di uomini, donne e bambini disperati - vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare persone innocenti. Ma a tutti quelli che possono sentirmi, io dico - non disperate. L'infelicità che ci ha colpiti non è che un effetto dell'avidità umana - l'amarezza di coloro che temono il progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno, e il potere che hanno strappato alla gente ritornerà alla gente, finché l'uomo sarà mortale, la libertà non potrà mai morire.


Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono a schiavi, che comandano le vostre vite, che vi dicono cosa fare, cosa pensare e che sensazioni provare! Che vi dicono cosa imparare, cosa mangiare, che vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da macello! Non concedetevi a questi esseri inumani - uomini macchina con un computer al posto del cervello e del cuore! Voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Voi siete uomini! Con nel cuore tutto l'amore per l'umanità. Non odiate! Solo chi non è amato odia - chi non è amato e chi sceglie di rinnegare la sua umanità!


Soldati! Non combattete per la schiavitù! Combattete per la libertà! Nel Vangelo di San Luca è scritto che "il Regno di Dio è nell'Uomo" - non un uomo solo, né un piccolo gruppo di uomini, ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine. Il potere di creare la felicità! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bellissima, di rendere questa vita una splendida avventura. 


E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere! Uniamoci tutti! Battiamoci per un nuovo mondo, un mondo buono dove gli uomini possano lavorare, dove i giovani abbiano un futuro e gli anziani la serenità. Promettendoci tutto questo, i bruti sono saliti al potere, ma ci mentono! Non mantengono le loro promesse, né mai le manterranno. I dittatori liberano sé stessi, ma riducono tutti gli altri in schiavitù! Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo giusto, un mondo dove scienza e progresso conducano alla felicità di tutti. 


Soldati, in nome della democrazia, uniamoci!"

lunedì 14 maggio 2012

Make a change/I know I have to go





[Father]
It's not time to make a change,
Just relax, take it easy,
You're still young, that's your fault,
There's so much you have to know.
Find a girl, settle down,
If you want you can marry.
Look at me, I am old, but I'm happy.

I was once like you are now, and I know it's not easy,
To be calm when you've found something going on.
But take your time, think a lot,
Why, think of everything you've got.
For you will still be here tomorrow, 
but your dreams may not.

[Son]
How can I try to explain, 'cause when I do it turns away again.
It's always been the same, 
same old story.
From the moment I could talk 
I was ordered to listen.
Now there's a way and I know 
that I have to go away.
I know I have to go.

[Father]
It's not time to make a change,
Just sit down, take it slowly.
You're still young, that's your fault,
There's so much you have to go through.
Find a girl, settle down,
If you want, you can marry.
Look at me, I am old, but I'm happy.

[Son]
All the times that I cried, 
keeping all the things I knew inside,
It's hard, but it's harder to ignore it.
If they were right, I'd agree, 
but it's them they know not me.
Now there's a way and I know 
that I have to go away.
I know I have to go.

(Cat Stevens, Father and Son)

È un periodo un po' strano. Sono successe e stanno succedendo tante cose belle, mi piacerebbe mettermi giù e scrivere di questi spunti belli, di come vorrei andare avanti, progetti futuri, speranze, sogni, incastonare tutto qui con la forza di chi ci vuole provare lo stesso anche se tutto il mondo gli dice che non può, tirare fuori quella sensazione per cui ti senti le spalle abbastanza larghe per reggere tutto anche per un'altra persona, e invece il momento che mi porta a mettermi qui davanti allo schermo è solo una sera in cui mi va solo di chiudermi in stanza e sentirmi canzoni tristi.

Che pizza.

Boh, succede. È curioso che succeda sempre in periodo d'esami, ma vabbè... :-)

Speriamo sia un preludio di qualche altra cosa. Avevo anche già cominciato a scrivere qualcosa, ma ho cancellato tutto, non è sera. Scusatemi, ma oggi sono solo per Cat Stevens.
Ci becchiamo nei prossimi giorni, allora!

martedì 13 marzo 2012

Weather Systems



Credo di non avere parole per la bellezza di quest'album, al primo ascolto.
Ero partito impauritissimo, terrorizzato della nuova direzione musicale, a quanto leggevo troppo "pop", per alcuni addirittura superficiale.
Cosa posso dire?
Mi vergogno prima di tutto di essermi fatto deviare da poche parole di sconosciuti.
E in secondo luogo, mi vergogno di essermi focalizzato tutto su questo famigerato "stile musicale", per perdere di vista quello che degli Anathema adoro davvero, e cioè la capacità di comunicare emozioni.
Ho i brividi e le lacrime agli occhi, cosa mai successa al primo ascolto di un album, per quello che mi riguarda.
E magari quest'album mi piacerà di meno di We're Here Because We're Here, ma non è importante, perché al primo ascolto ha avuto un impatto devastante su di me, e posso solo essere felice, felicissimo, che la mia vita continui ad avere come punto fermo questi ragazzi di Liverpool, che non mi lasciano solo un attimo, che continuano a stupirmi e a farmi sentire più vivo ogni istante che ascolto una loro canzone.

Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie.

E ora via col secondo ascolto.

PS.
E sentitevelo.
Niente tecnicismi, niente pretenziosità, solo bellezza e amore per la vita, intensità, luci, ombre, e chissà cos'altro...
Si meritano di fare il grande salto, ragazzi.
Dategli una chance.

mercoledì 29 febbraio 2012

Spazio al caso... (Ispirazione Pt. 2?)

È passato diverso tempo dall'ultimo post, per quanto avessi deciso di riscrivere qualcosa quasi subito.
Tra l'altro, proprio un mesetto e mezzo fa, una forte convinzione che mi ero messo in testa era quella di scrivere qualcosa di divertente o ironico su questo blog. Mi sono riletto qualche post vecchio, e sì, ok, è roba che mi piace, ma mancava quel brio... quel brio che peraltro sento davvero "mio", specie quando vado in giro, in macchina, a piedi, per la Metro.

Ecco, tante volte ho pensato che dovrei decisamente portarmi un taccuino per scrivermi tutte le cose esilaranti che mi viene da lanciare a quegli antipatici che spintonano in metro, quelli che ti superano e poi vanno a due km/h, e tutte le altre varie personalità che ti irritano. In quei momenti mi sento davvero in gran vena poetica... delle volte mi faccio anche ridere da solo :P per le cose che dico.

Poi mi piazzo qua, davanti al computer... e quelle cose divertenti non vengono fuori.
Non so chi sia Luigi Tenco (potrei googlare ma non lo faccio), ma qualche giorno fa, su Facebook, è uscito un suo aforisma:
"Perché scrivi solo cose tristi?"
"Perché quando sono felice, esco."
Il che non è molto dissimile da quello che succede a me qui sul blog. Io non credo di scrivere cose tristi - non solo e non sempre, almeno - ma è vero che quando va tutto bene, è molto più bello farsi una passeggiata fuori e respirare aria fresca, piuttosto che chiudersi in casa a scrivere. No?

Certo, peccato che così facendo si perde quell'attimo di "ispirazione", che in realtà andrebbe assolutamente colta, istantaneizzata, messa per iscritto. Ma forse non è così male, perché quel momento di felicità "lo vivi lo stesso", e lo vivi nel modo più giusto: usandolo per stare bene.
È così che bisognerebbe usare i momenti felici: per stare bene. Facendo cose belle.

I momenti riflessivi, invece, sono quelli che puoi spendere appunto chiudendoti da una parte, magari facendo un po' d'atmosfera con le serrande abbassate e la musica giusta, e scrivere.

Insomma, avete visto Toy Story, no?

- Se avete detto "", continuate a leggere.
- Se avete detto "no", che cavolo aspettate!??!?! È tipo uno dei miei film preferiti...

I giocattoli "servono" a giocarci, non a tenerli su uno scaffale a prendere polvere o dietro a una bacheca di vetro per collezione. I momenti sono un po' così: anche loro hanno un loro scopo. Quelli felici, come i giocattoli, non sono proprio fatti per essere presi e messi su un blog.

O almeno, io non ne sono capace... per ora. Vedremo più in là. :-)

Ultimamente sto ascoltando molta musica jazz. Non so se la musica che ascolti possa cambiarti, ma il modo in cui sto cambiando coincide curiosamente con la musica jazz.
Normalmente, quando scrivevo altri post, per esempio anche col post prima di questo, poteva anche succedere che rimanessi dei giorni a pensare cosa scrivere, ad elaborare il concetto, prima di buttarmi sulla tastiera.
Sì, in effetti di spontaneo c'era qualcosa, ma se dovessi onestamente descrivere mediamente il contenuto del blog, direi che è tutto piuttosto elaborato.

Penso a un concetto, lo esploro, me lo rigiro, e provo a scrivere.
Bello è che, scrivendo, magari esce fuori qualcosa di nuovo e inaspettato, ma una volta chiuso l'argomento, esaurito l'interesse, mi fermo lì.
E mi sposto verso un'altra idea.

Sto notando con interesse che il mio approccio alle cose sta cambiando.
Mi sto lasciando diversi spazi vuoti, qua e là.
E mi dico: "qualcosa li riempirà". E basta.
Magari sarà il mio istinto, magari sarà una sorpresa da parte degli altri, ma è piuttosto piacevole, per come sta andando, e porta anche tante sorprese.

La cosa che mi fa impazzire del jazz è che non ci sono filtri tra la musica e il musicista, e di conseguenza anche tra il musicista e l'ascoltatore, perché non ci sono barriere tra te e la voce del musicista, che è la musica.
La musica è la voce del musicista.

Ecco, questo è ciò che più si avvicina al mio concetto di spiritualità
Qualcosa di fatto "perché andava fatto". 
Qualcosa che viene direttamente dal tuo cuore, senza nessun processo intellettuale a modificarlo.

I musicisti jazz... improvvisano. Non intellettualizzano quello che suonano. Tutto quello che fanno è prendere il loro strumento e raccontare una storia.
Questo punto è qualcosa che mi sono perso per strada negli ultimi anni.
In effetti, a parte... ehm... negli sketch di cabaret, non sono mai stato un grande improvvisatore. Mi sono sempre sentito più un architetto.
Prendo i pezzi, li metto insieme, pianifico, gli do una struttura, e costruisco qualcosa.

Sto pensando se quindi questo non possa essere il passo successivo della mia creatività.
Magari non è una strada in cui riesco poi così bene - l'atteggiamento è una cosa, l'indole un'altra! Ma è una strada che ora mi sento di esplorare con curiosità. Vediamo dove ci porta.

Come dicevo, è passato più tempo di quanto pensassi tra l'ultimo post e questo perché semplicemente prima mi sedevo con l'intenzione di scrivere ma avevo più voglia di fare altro. Di vedere persone. Di fare cose (Tutto fuorché studiare, che cosa insolita...).
Ed è strano, perché ho sempre avuto molto a cuore questo mio piccolo processo di creatività che è scrivere su un blog.

Non solo. Ho sempre ritenuto questo "scrivere sul blog" come qualcosa di molto importante per essere pienamente soddisfatto con me stesso. Avere sempre "sott'occhio" quello che mi passa per la testa, concedergli la giusta importanza, eventualmente rileggerlo, senza mai sottovalutare la più piccola pulce nell'orecchio.

Scusatemi se continuo a fare paragoni con la musica, ma... è più forte di me.
È un po' come se un musicista smettesse di fare la musica che gli piace, ma comincasse a farla quasi per attrito, perché ormai si vede che è capace, e scrive musica "per compiacere gli altri".

(La sensazione è che succeda spesso con certi artisti, tra parentesi.)

Magari la musica che scrive in questo stato gli riesce pure bene, ma è l'antitesi della spiritualità che dicevo sopra. È più intelletto che cuore. Interessante, senza dubbio, ma...

"Spiritualità" è una sensazione che ti tocca e ti connette, e come raggiunge e connette te può raggiungere e connettere anche gli altri.

Vedo l'arte un po' come una sorta di specchio.
Quando crei qualcosa (anche egoisticamente) e poi lo "pubblichi", lo rendi fruibile al mondo, quel qualcosa diventa uno specchio. Il tuo specchio: sei tu a contatto col mondo.
Se a qualcuno capiterà di guardare a quello specchio esattamente come l'hai guardato tu, ci si vedranno riflessi. Si sentiranno raggiunti anche loro.
"Toccare", "raggiungere" le persone in questo senso fa capire alle persone che non sono sole a provare un determinato sentimento.
Per questo, quando ascolto musica mi sento spesso come se perdessi la mia individualità e riuscissi con la testa e col cuore a vagare un po' nell'infinito... come parte di una più grande collettività. Ed è una sensazione bellissima, tutto l'opposto della solitudine, è una splendida pienezza.
Mi fa pensare che in fondo non siamo mai soli, quanto brutta sia o possa essere la cosa che stiamo provando.

Un po' di tempo fa ho scoperto che una persona leggeva il mio blog.
Ero stupito che quella persona leggesse in generale, prima ancora che leggesse addirittura il mio blog...
A ogni modo, doppia, piacevole sorpresa, questa persona mi ha detto di come fosse sorpresa delle cose che riuscivo a tirare fuori da me. Ha detto qualcosa tipo "Devi avere davvero la testa piena di cose"...

Ecco, questo credo che sia il bello di un processo creativo, e ciò che lo rende davvero importante: la mia testa è assolutamente vuota. Comincia a riempirsi ad un certo punto, e magari arriva anche ad essere piena di qualcosa per un po', ma appena arriva in questo stato, appena è anche solo vagamente piena, succede che scrivo, scrivo, scrivo, scrivo qualsiasi cosa, e allora si svuota del tutto.

(Tanta gente su Facebook si lagna e scrive cose come "Aiuuuuto come faccio a spegnere il cervello?" a parte che per spegnerlo doversti prima averlo acceso, cosa di cui mi dovresti quantomeno concedere il beneficio del dubbio, ma a ogni modo, usarlo per fare qualcosa di nuovo, usarlo per cominciare una sorta di creatività tutta tua, credo sia la strada.)

Quello del mio amico è un "errore" comune tra le persone che non sfruttano la loro creatività  (ovvero: le persone che non fanno nulla per essere creative. Io credo che la creatività sia qualcosa di assolutamente insito in ognuno di noi e che andrebbe solamente "allenato").

Pensare che chi "crea" sia un serbatoio inesauribile da cui ogni tanto scaturisce qualcosa di bello.

Io non sono così, nessuno lo è.

Come invece altri ben sanno, mi capita spesso di attraversare periodi stantii in cui mi sento apatico, senza stimoli, vuoto, proiettato al nulla, poco incuriosito dal mondo esterno, poco stimolato in generale a fare qualsiasi cosa.

Cado in questi periodi proprio quando non viene fuori niente da me. Quando la mia testa - vuota - non si sta riempiendo con niente di bello e/o utile, e quindi non sto "accumulando" niente da elaborare, non ho niente di bello da poter dire. Tutte le cose che mi vengono in mente sono argomenti che ho già affrontato, cose che ho già fatto, già detto, già scritto... niente di nuovo, insomma.

Il bello di quando è quando faccio cose e raccolgo stimoli nuovi, e penso: "Wow. Questo sì che è qualcosa che davvero vale la pena fermarsi un po' a pensare." E tutto questo culmina in un preciso momento: quando è il momento giusto per tirare fuori tutto.

Ho un po' paura del fatto che "più avanti si va" più sono le cose che hai detto/fatto/pensato, e quindi sarà sempre più facile cadere in questo stato un po' moscio e fiacco, ma credo anche che in fondo là fuori sia davvero pieno di stimoli, e che anche se sono stimoli "vecchi", può essere che nel frattempo siamo noi ad essere cambiati e ad essere ora attratti da altri aspetti di quegli stimoli vecchi. Ma anche il semplice "ripetersi" può diventare frustrante. Anche perché ripetendoti non avrai mai, qualitativamente parlando, gli stessi risultati che invece avevi raggiunto la prima volta, magari sotto una bella ispirazione.

A ogni modo, ho sempre pensato ad una persona come ad un pozzo senza fondo.
Il giorno che non troverai più stimoli, sarà il giorno in cui sarai "pieno".
Ma essendo per adesso convinto che noi si sia tutti "pozzi senza fondo", vado moderatamente tranquillo... :-)

Ma è questa la cosa che mi spaventa di più: arrivare, un giorno, a dirmi: "OK, qui non c'è più niente da fare. Non ho più niente da dire. Non c'è nient'altro che possa tirare fuori dal cilindro".

Ed è così che mi sento, certi momenti. Ma per fortuna, oggi sono momenti piuttosto brevi, mai durati più di qualche settimana o mese, alla peggio.

Finora, sono stato in grado di risolvere questo fastidioso stato in due modi: il primo è entrare a contatto con persone. Se sono persone nuove, meglio. Se sono persone che già conosco, allora cerco di fare con loro cose nuove. Non c'è niente che mi faccia sentire ispirato come certe persone intorno a me.

Il secondo è ascoltare.
Musica, il più delle volte.
Altrimenti, altre persone.
Libri, ma quelli meno spesso, perché ogni tanto finisco con l'essere geloso di quello che riescono a scrivere e del modo in cui gli scrittori riescono a tirare gli spunti fuori da sé.
Con tutto che se ne parla tanto, credo che oggi "l'ascolto" sia qualcosa che molti sottovalutino.

Anche i film mi danno molti spunti.
Non quelli dichiaratamente "impegnati" - spesso neanche li guardo perché li trovo pretenziosi e mi irritano - e tantomeno quelli romantici.
Sono un fan dei film di paura. Detta così è un po' banale, intendo film un pochino inquietanti, anche quelli di Bergman vanno bene, insomma. Non degli splatter, che sono comunque divertenti. Intendo quelle storie dove veramente si focalizza un sentimento che a me interessa tantissimo e che non ha mai cessato di passarmi per la testa: quello della paura della morte.
Film, oppure libri: quelli che mi affascinano di più, generalmente, sono le storie "vecchie", per l'approccio più "istintivo" nei confronti della morte.

Ci sono momenti in cui mi capita di pensare alla morte. Quando muore un personaggio famoso, il più delle volte. Meno spesso quando muore qualcuno che conosco. Per fortuna, per ora è successo pochissime volte.

Probabilmente è giusto che non ci pensi molto, dal basso della mia giovine età.

Eppure...

È un po' come guardare verso una direzione, la tua direzione, dove ci sono le cose che ti interessano ma intravedere con la coda dell'occhio una luce flebile proprio dietro di te.
Per curiosità, capita di girarsi verso la luce flebile.

Poi come niente succede che tutto ciò che si vede è appunto una flebile luce in lontananza, e allora sticavoli, torni a guardare dove guardavi prima.

Eppure...

Eppure ogni tanto capita per forza di pensarci. E penso che sia proprio questa sfuggevolezza della paura della morte, a renderla così interessante. Forse è qualcosa di sfuggente perché troppo terribile per noi da controllare.

Non credo sia un pensiero così sbagliato. A pensarci bene, tutte le religioni e tutte le filosofie trattano proprio di come prepararsi e/o tranquillizzarsi all'idea della morte. Un'idea dolorosa e senza soluzione, per noi che siamo ancora vivi.

Qualcuno mi dice che esistono altri animali consapevoli anche loro dell'idea di morte. Ma per quanto mi sia sforzato di crederci, continuo a credere che l'unico davvero in grado di capire che prima o poi si muore sia l'uomo. Non che sia qualcosa che gli altri animali ci invidiano, visto che è una specie di ombra che condiziona tutta la nostra esistenza.

Le religioni servono ad attenuare questa sofferenza e distrarci, con l'idea di una vita dopo la morte. Senza contare alcool, droga, e - sarebbe interessante discuterne - magari anche la cultura stessa.

Quello che invece succede con l'arte e che ritengo splendido, unico e meraviglioso, è che fa proprio l'opposto: è proprio quella cosa che ci ricorda della nostra mortalità. Ti fa imprimere - nella musica, in una pellicola, tra le righe - da qualche parte le tue sensazioni: se così facendo stai fermando il tempo, ti accorgi che è anche l'unico modo di fermarlo, l'unico modo di lasciare un segnale di te, in un flusso che non si ferma davvero mai.

Credo che tutto questo sia terribile e meraviglioso allo stesso tempo, ed è tutto questo che mi fa giungere alla conclusione che la vita sia un dono, un dono che vada sfruttato condividendo quanto più possibile, vivendo e cercando di crescere e far crescere con tutte le cose che abbiamo dentro, siano pensieri interessanti come sensazioni passeggere.

La vita può volare via davvero.
L'altro giorno cercavo di ricordare quando avessi fatto una certa esperienza e mi sono accorto che erano passati già sei anni. Volati!
Eh!
La vita vola via davvero, e tutto sta nel modo in cui cerchiamo/decidiamo di dare un senso ai nostri giorni.

Quando penso alla morte e penso che "c'è ancora tempo" per pensarci, in realtà poi penso a tutto questo, ed è allora con un sorriso che torno a pensarci: meglio, che ci abbia pensato a vent'anni. Farò le cose con molto più gusto. :-)

Questo post è partito con sottofondo Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Thelonious Monk e Chet Baker ed è finito con Comus e Scott Walker. Ho provato a farmi guidare esclusivamente da dove sentivo il bisogno di andare.

Non so se mi è venuto bene, ma appunto, è una strada che mi divertirò a esplorare finché ne avrò gli stimoli. Vediamo da che parte si va. :-)

Gli esami sono finiti. Tante cose che volevo-fare-ma-non-potevo ora diventano possibili.
È tantissima roba. Bisogna solo fare ordine. Ma lasciando anche un po' di spazio al caso... :-)

martedì 10 gennaio 2012

Ti ricordi?

Credo di poter dire di avere un'ottima memoria per i particolari.
I dettagli, quelle piccole cose che rendono più autentico quello che ti circonda.
All'inizio, per la verità, credevo fosse una cosa assolutamente comune. Capita, di ritrovarsi intorno a un tavolo di un pub, con un po' di birra, a ricordarsi e ridere di cose passate con qualcuno. In quei momenti è bello quando riesci a tirare fuori un ricordo che gli altri avevano rimosso. Aiuta a ridere con naturalezza, di gusto, e a costruire ancora di più un'atmosfera allegra - questo al 50% con la birra.

Però, insomma, per una cosa divertente che tu ricordi e gli altri no, ce n'è allo stesso modo un'altra divertente che gli altri ricordano e che tu hai dimenticato. Perciò non ho mai dato troppo peso a questo mio modo di ricordare.
Come tante altre cose, probabilmente non ci avrei ancora fatto caso se non fossero stati gli altri a farmi notare come fossero sorpresi dalle cose che ricordavo - e dal modo in cui le ricordavo. Si vede che per la verità dentro di me qualcosa covavo, perché questo non è stato altro che un piccolo spunto/trampolino verso altre riflessioni.

In effetti è vero, mi ricordo di molte cose. Specialmente quando si tratta di eventi...
Termine un po' vago. Con "eventi" intendo solo cercare di riassumere in una parola tutti quegli avvenimenti che, per motivi che non saprei spiegare, mi colpiscono, invece di scivolarmi sulla pelle. Trovano un'apertura e si annidano dentro di me, in attesa di essere magari ripescati, o soltanto per starsene un po' al calduccio.

Ecco, una cosa che non capita mai di dire agli amici quando sei intorno a un tavolo a mettere in comune ricordi e bere birra, è che non mi limito a "vedere" nella mia testa questi eventi. Il più delle volte riesco ad avere anche una memoria uditiva e olfattiva. Ricordo bene i suoni e - questa è una particolarità che sono riuscito davvero ad apprezzare solo da poco - gli odori.

Chissà perché gli odori, poi?
Magari adesso sono particolarmente esaltato con 'sta cosa soltanto perché è l'ultima che ho notato, eh, però stavo pensando... Internet e la TV ci bombardano di immagini e musica.
Vediamo ovunque, in riviste di viaggi, in pubblicità, su youtube o su qualche telefilm famoso, posti meravigliosi, maree che si ritirano, montagne innevate, foreste ammantate di bruma al mattino.
E magari assieme a queste immagini riescono anche a farci sentire il suono delle onde, il silenzio ovattato della neve fresca che si accumula, o il suono del vento tra le foglie.
Quasi ci riescono, a farci pensare di essere davvero lì: se non che manca proprio l'odore.
Quello non sono ancora riusciti a riprodurlo del tutto, per fortuna.
Ecco, l'odore forse è davvero l'essenza più vera e fisica dei corpi.

Ora, a parte che io non ho mai comprato un profumo in vita mia, perché non me n'è mai fregata una mazza e forse dopo queste riflessioni invece è il caso di considerare l'idea, ho scoperto che gran parte dell'emozione che provo quando vedo vecchie foto non è affatto dovuta alle immagini.
Forse anch'io sono stato in parte anestetizzato da questo bombardamento della società moderna, chissà.
Però le foto assumono davvero tutto un altro significato, quando, grazie ai soggetti ritratti, riesco anche a ricordarmi meglio dell'odore che c'era in quel posto.

Se penso al mare, sono contento. Impazzisco se percepisco la salsedine nei polmoni.
E così via, potrei andare avanti con tanti altri esempi.

Magari è una cosa che funziona così per tutti, però l'ho effettivamente notata solo da poco, e allora niente, sono carico!

Uno degli utilizzi più belli e soddisfacenti che riesco a fare di questa intensità nel ricordare è venuta fuori quando ho cominciato ad andare ai concerti. E non solo perché ricordo a memoria la scaletta alla fine, eh eh.
Inutile che cerchi di spiegarlo qui, c'è una magia speciale nell'andare a un concerto, e non è solo la gioia di vedere a pochi passi da te un musicista che ti piace, c'è tanto di più dietro, c'è un suono più vero, c'è quasi una sorta di comunione con quelle note da cui ti sei fatto felicemente e deliberatamente consumare. E per me, che ho un rapporto fisico e viscerale con la musica, andare a un concerto è quasi una sublimazione... è eccezionale, mi riempie di felicità! (... o forse proprio perché ho questo rapporto con la musica, che finisco con il viverla così? Boh, chissene frega)

Vi avevo anticipato che negli ultimi mesi mi stesse succedendo qualcosa che mi stesse cambiando profondamente. Succede un po' a tutti di dover ogni tanto rivedere le proprie priorità, e niente, in questa mia revisione interiore ad un certo punto mi sono trovato con la scrittura da una parte e la musica dall'altra.

Un po' come avere un kinder pinguì nella mano destra e un kinder fetta al latte nella mano sinistra. OK, sono strabuoni tutti e due e prima o poi tutti, nell'arco di due minuti, entrambi saranno spariti.

 Ma qual è il più buono? Quale mangio prima? Decido davvero di mangiare prima il più buono, o il più buono è quello che lascio per ultimo?

Mi sono sempre detto che, appunto, questa era una semplice questione di priorità.
"L'oggettività" non esiste, non c'è un criterio obiettivo attraverso cui tu possa dire che "il kinder pinguì è più buono del kinder fetta al latte": andrai semplicemente a saziare il bisogno che meglio si sposa con le tue necessità in quel momento. Sono buoni tutti e due, ma a volte avrai più voglia del kinder pinguì, e altre più del kinder fetta al latte.

Il che porta anche ad un altro ragionamento: non ha poi molto senso avere delle "cose preferite". Perché la cosa in sé non ci dice poi più di tanto, a parte "cioccolata-latte". Il fatto è che noi arriviamo a dover compiere delle scelte in certi momenti, e i momenti hanno una loro storia e delle loro circostanze: la fusione di tutti questi fattori ci porta a compiere una scelta che noi, in quel momento, preferiamo.

Ieri mi sono ammazzato di 4 kinder fetta al latte, perciò oggi mi ammazzo di kinder pinguì.

Ehm, a ogni modo, non era di questo che volevo parlare (intendo, di merendine kinder).
Scrivere o musica? È davvero una questione di priorità?
In un post di cui vado molto fiero di Dicembre 2010 ("Ispirazione") ho scritto di come la musica mi faccia impazzire: ma non era il mio modo di esprimere creatività. Per quanto adori la musica, il modo in cui riesco a tirare fuori qualcosa da me è la scrittura.



E allora, basta girarci attorno!, è più bello scrivere o ascoltare musica?

Beh, a oggi, penso che il ragionamento è sbagliato, fin dal punto di partenza.
Ecco come stanno invece le cose.
Ascolto musica per lo stesso identico motivo per cui mi metto davanti a una pagina bianca a scrivere.
E il motivo è connettersi a qualcosa di più profondo, qualcosa di più grande di un semplice me stesso, di un semplice ego.
La musica ha una maniera tutta sua di comunicare, di abbattere le barriere dei linguaggi, delle culture, della politica, delle religioni... tutte cose che noi abbiamo creato e che ci tengono a distanza gli uni dagli altri.
La musica ti spinge giù nel profondo, ma senza farti annegare: solo a farti scoprire limiti e libertà di te stesso, cose di cui neppure eri a conoscenza e di cui chissà quando saresti arrivato a sapere altrimenti.
La musica è ricevere a ogni momento dell'ascolto l'opportunità di imparare lezioni preziose e cogliere messaggi importanti, di curarsi e prendersi cura di sé stessi.

È anche per questo che quando ascolto musica parlo di "esercitarmi" e di "esercitare" le orecchie. Si tratta di un processo di filtraggio di emozioni, tra le note e noi stessi, e alla fine ne esco sempre pieno di gratitudine.

Proprio oggi, in metro, una tizia aveva uno zaino con su scritto "Music is life". Ecco, la musica mi ha davvero profondamente cambiato come persona, e ha pesantemente influenzato la mia vita. Non esiste nessun caso in cui sia disposto a fare eccezione nel dire che non l'ha cambiata e influenzata in meglio.

Non l'ho mai accennato qui, lo faccio adesso e forse ne riparlerò in futuro, ma in questi mesi ho cominciato ad andare a delle sedute di psicoterapia. Tranquilli, niente che non vada, non sono pazzo. Anche se quando ho cominciato ad andarci - più su suggerimento di altri che su mia reale necessità o bisogno - mi chiedevo a che cavolo servisse sdraiarsi su un lettino e parlare delle cose che ti passano per la testa senza nessi, adesso sto cominciando a capire l'utilità e l'efficacia di queste cose, specialmente se a sentirti c'è un tipo che sa il fatto suo...

Alla seduta di ieri, il tipo mi ha lanciato un altro assist interessante: è come se io stessi cercando "conferme", un "luogo", anche figurato, dove sentirmi al sicuro nel collocare/poggiare/lasciare i miei pensieri, le mie sensazioni e le mie credenze. E ho pensato per la verità di avere già trovato questo posto... nei volti e nei cuori delle persone, nell'anima di una canzone, nelle parole su di una pagina.

A lungo, rileggendo le pagine che ho scritto su questo blog dall'estate del 2008 a oggi, mi sono domandato se stessi diventando una persona "spirituale", visto che a tratti mi sembravo addirittura un santone.

La convinzione che ho maturato è che la mia "spiritualità" sta nel ricerare qualcosa e qualcuno e nel connettersi ad altri o ad altro. Se mi dovessero dire di categorizzare e generizzare le mie credenze, direi che la mia religione sarebbe semplicemente la mitezza e l'apertura.

La Vita (con la V maiuscola) intorno a noi ci lascia continuamente spunti su spinti, e non credo che tutti ascoltino con la dovuta attenzione. La mia "spiritualità" sta nelle lezioni che attraverso la quotidianità abbiamo la possibilità di imparare - e di cosa abbiamo la pazienza e la voglia di impararle.

E ho scoperto con sorpresa crescente che possiamo trovare messaggi utili e trovare la giusta connessione con le cose un po' ovunque - sì, anche nel death metal! - se solo abbiamo la voglia di ascoltare.

Si tratta di cogliere lo spunto - qualsiasi spunto. Ma lo cogli solo se hai le orecchie pronte a sentire. E non ha senso partire prevenuti e dire "Questo lo ascolto, questo no". Perché è solo precludersi spunti che invece, magari, con il giusto spirito critico, poi torneranno utilissimi. In positivo o in negativo.

Parlo di "predisposizione" proprio perché, come dicevo prima, siamo continuamente in mezzo all'andare avanti della nostra vita, con esami, cazzi, mazzi, dormire bene, dormire male, sentirsi in forma, sentirsi acciaccati... ci sono momenti in cui semplicemente cogliere questi spunti non è facile.
Sta comunque tutto a noi.

Insomma, prima di svagheggiare, vi avevo detto qualche riga più su che una delle cose più belle di questa mia memoria l'ho scoperta quando ho cominciato ad andare ai concerti: è bellissimo, a distanza di mesi e addirittura anni, riuscire a percepire ancora la magia di quei momenti, soprattutto se, come me, vivi quegli attimi con un'intensità molto forte.

Ci sono stati tanti momenti belli in tutti i concerti che ho visto, e sto scrivendo anche un file (devo ancora decidere come pubblicarlo, non saprei) che li riassuma in questo modo, ma stavolta dovendo dire quali concerti abbiano davvero avuto più significato per me, non avrei dubbi: si tratterebbe dei concerti degli Anathema.

Mi ricordo, per esempio, quando ho pianto per la prima volta quando nel 2008 suonarono, solo Vincent e Danny, piano, chitarra e voce, One Last Goodbye.
Quando invece, la volta dopo, nel 2010, mi trovai a mezzo metro da Vincent e Danny che headbangavano come pazzi durante l'assolo di Summernight Horizon, e di come rimasi impressionato dalla minuta Lee che cantava A Natural Disaster, di Danny che mi indica e sorride durante Everything, o di Jamie che dal palco viene a cercarmi in prima fila per stringermi le mani a fine concerto.
Sì, sono ricordi visivi, uditivi e olfattivi...



Eppure, ragazzi, è assurdo, e lo sembra a me prima che a voi proprio perché ho sempre fatto grandissimo affidamento a questa mia capacità di trattenere le emozioni...
Eppure... non ho ricordi della parte finale di quando hanno suonato live questo pezzo. Quella che nel video da youtube comincia a 4.08.
Ricordo l'istante prima che cominciasse e ricordo l'istante dopo.
In mezzo, niente. Come se fossi stato da un'altra parte, nel frattempo.
Completamente risucchiato. Completamente perso, avvolto in quella spirale, in quel delirio di suoni.
Solo un vago pensiero, avevo, in quei momenti: "Questa, questa sì, questa è Verità". Con la V maiuscola.
Un qualcosa di irripetibile, perché come vi dicevo prima, un'esperienza perfetta ha delle premesse e delle circostanze. Quella volta, avevano suonato tutto l'album di fila, in un climax ascendente che si perde ascoltando semplicemente così la canzone. Ma provate a immaginare!
Addosso, da allora, mi rimane una strana sensazione di estasi pura.
Auguro a tutti voi di provare un'esperienza simile. Spero che l'abbiate già provata!

Ancora non so dove sono andato in quei pochi minuti - i presenti dicono che ero sempre lì, ma non ne sono convintissimo. Con la mente ero da un'altra parte. Diciamo... una bella connessione, sì, sì.

Statemi bene, ragazzi. :-)

(... Come dite? Mi sono dimenticato di "parlare a favore" della scrittura? Non credo proprio... i "pro" della scrittura stanno proprio nella gioia e nella vitalità del riuscire a esprimere tutto questo post e tutto questo blog: tramutare quel blocco di marmo e cemento armato che sono io in un unico, meraviglioso flusso lieve di emozioni... sperando che abbia regalato qualcosina anche a voi)

PS.
A proposito, tra pochi mesi dovrebbe uscire il nuovo album degli Anathema. E il 30 Aprile sono a Milano. Peccato, a 'sto giro saltano Roma.
Non che mi interessi minimamente.
Sono già la.

PPS.
Lo so, lo so, siete sempre in fremente attesa del mio post sul Capodanno. Diciamo che questa era una sorta di premessa dai!

PPPS.
È cominciata la sessione d'esami. E il mio fegato è in erosione più del solito. Cosa c'è di buono in questo? Che se la sessione è cominciata, vuol dire che è un passo più vicina al finire, e quando finisce, finalmente posso riprendere le questioni in sospeso.
Che ho bisogno di portare avanti.
Specialmente un paio...

martedì 3 gennaio 2012

La Petroliera


Non riesco proprio a farti uscire dalla mia testa. Mi sembra di capire tutte le tue stranezze, ma non con la testa, con l'istinto. Tutto parte dai tuoi occhi.
Sì, sì, lo so cosa stai pensando, "uffaaaaaa, che pizza, basta con queste immagini stra-abusate, fai uno sforzo, sii un po' più originale!
Per voi maschietti, fate poco gli smargiassi!
Il punto è che non posso farci niente, non è colpa mia.
Per voi ragazze, è diverso. Non potete capire.
Ah! Per una volta, sono convinto che ci sia qualcosa che voi ragazze non possiate capire di noi ragazzi! Per una volta l'ordine naturale delle cose è cambiato!
Questa faccenda degli occhi è complicata e fortissima.
Quando ti guardavo negli occhi, non riuscivo più ad ascoltare cosa stavi dicendo. Erano troppo... ( ). Avete capito, no?
Chiaramente alla lunga la cosa era sconveniente, così a tratti dovevo fare lo sforzo di distogliere lo sguardo dai tuoi occhi e guardare qualsiasi altra cosa. Un succo di pera, un'altalena, qualsiasi cosa. Mi era difficile capire un senso nel discorso collezionando così parole a caso, ma almeno con un po' di fantasia le risposte venivano.
Che poi tanto mica ci riuscivo, alla lunga, a non tornare a guardarli, quei tuoi occhi.
Voi ragazze non potete capire, perché nei nostri, di occhi, non potrete mai leggere la complessità e la bellezza che invece ci sono nei vostri. È inutile che ci proviate tra di voi, non funziona. La chiave di lettura giusta ce l'abbiamo solo noi maschietti. Per fortuna. 
Noi bene o male siamo semplici... dacci una palla e siamo contenti...
In voi c'è così tanto di più... e noi possiamo ammirarlo in questo modo. Abbiamo anche questa fortuna!
... Certo che siete proprio sfigate!

PS.
Il post sulle riflessioni di Capodanno arriverà. Nel frattempo però ho sentito il bisogno di condividere queste due righe...

Ne approfitto comunque: buon anno nuovo a tutti :-)

PPS.
Il prossimo che mi viene a dire "^___^ l'amore è una cosa semplice, siamo noi a complicarlo ^___^" gli tiro una petroliera in faccia.